venerdì, 07 agosto 2009

Un tempo percorrevo cunicoli ramificati nell'anima

come radici ancorate alla terra.

Durante il tragitto riconoscevo le stelle

 che mi illuminavano il cuore.

Dentro un viaggio platonico

scoprivo nuove galassie.

 

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giovedì, 04 giugno 2009

Piccole storie antiche

Comare Nunzia aveva dodici figli, il padre faceva il contadino. Si alzava alle cinque di mattina per andare a lavorare e portava con sé i figli maschi giovani e adolescenti, mentre le ragazze aiutavano la madre in casa. Il resto della prole, dal più grande che aveva dodici anni al più piccolo che ne aveva due, veniva accolto da un grande cortile, dove decine di bambini urlanti giocavano in tutte le ore del giorno. Comare Nunzia si affacciava a chiamarli solo per il pranzo, o se qualcuno strillava più forte perché si era fatto male.All’epoca io avevo undici anni. Quando si chiudevano le scuole partivo da Milano con la mia famiglia per raggiungere il mio paese, in Sicilia, dove per tutto l’anno avevo sognato di tornare.La mia meta agognata era soprattutto il cortile del quartiere dove i miei avevano la casa., il mio grande paese dei balocchi. Giocavo con tanti bambini, ma la mia migliore amica era Carmelina, una delle figlie di comare Nunzia. Carmelina era una ragazzina molto sveglia, e agile come una lince. Quando correva era imprendibile, si arrampicava sui muretti, sui balconi più bassi. C’era qualcosa di felino nella sua natura. Se si giocava a nascondino, nessuno riusciva a scovarla, e alla fine, quando il suo avversario aveva già trovato tutti e stava cercando da tutt’altra parte, lei usciva dal nascondiglio e correva a tutta velocità per raggiungere il muretto urlando e battendo i pugni: “liberi tutti”. Il posto che più di tutti mi piaceva in quel cortile era lo spiazzo antistante una casa disabitata , con la sua scaletta di pietra appoggiata a una parete della casa. Qui di solito avvenivano delle appassionanti rappresentazioni teatrali e canore. Sulla scala si disponeva il pubblico. La presentatrice era sempre Tatuedda, una bambina dai capelli rossi e balbuziente. Io e altre tre bambine cantavamo, ballavamo, recitavamo. Sognavo di diventare una diva di Hollyvood, in mezzo a tanti applausi, ma una secchiata di acqua sporca, lanciata nel vano tentativo di placare i clamori della scena, interrompeva bruscamente il mio sogno. La zia fulippa, che alle tre del pomeriggio avrebbe voluto dormire, dopo aver compiuto la sua cattiva azione quotidiana, innaffiandoci dalla testa ai piedi, si barricava in casa per paura della reazione di qualche mamma. Tornavo a casa fradicia di quell’acqua sporca, mia madre mi accoglieva con due ceffoni e mi tuffava nella vasca da bagno.

Verso il dieci di agosto le fabbriche a Milano chiudevano, e così anche mio padre ci raggiungeva, portando con sé un po’ di regali. Ora la famiglia era al completo. Viveva con noi, nella vecchia casa apatgerna, anche una vecchia zia, la sorella di papà, che io adoravo per la sua dolcezza, per la sua mitezza, per la sua infantile ingenuità. Lei non si arrabbiava mai. Neanche quando la prendevo in giro per il suo buffo modo di masticare dovuto alla totale mancanza di denti. Lei era la mia balia. Era lei, la sera, ad accompagnarmi per mano lungo le scale fino al remoto piano notte, in quella casa antica e molto grande. La zia aveva un’andatura molto lenta, a causa di una paralisi che l’aveva colpita all’età di sei anni, ma lei sopportava con cristiana rassegnazione il suo handicap e pregava, pregava sempre. Le uniche volte che le vedevo gli occhi gonfi di lacrime era alla fine dell’estate, quando ci apprestavamo a tornare a Milano. Non si era mai lasciata convincere a lasciare la sua casa, e sì che tante volte mio padre, suo fratello, aveva tentato di convincerla. Diceva “ Qui devo morire, a casa mia”.

Oltre che per la zia, quelle partenze erano un vero supplizio per me. Il viaggio in treno durava ventiquattro ore, la notte non dormivo mai, e ad ogni fermata mi pareva che la distanza che mi separava dalla mia vera casa in Sicilia aumentasse infinitamente. Un anno, un altro anno in esilio dovevo trascorrere, prima del ritorno. Arrivata a Milano, per tre giorni non parlavo, mangiavo poco, poi la vita pian piano ricominciava. Dopo il lavoro e la scuola, la sera si cenava tutti insieme. Mio padre era quello che parlava più di tutti. Un grande affabulatore, mio padre. Raccontava storie che avevano il sapore e le voci del cortile del mio paese.

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mercoledì, 04 marzo 2009

Eri la mia piccola mamma

Tutto facevi per me.

Ora sono io la tua mamma.

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giovedì, 29 gennaio 2009

La felicità è come un raggio di luce

che attraversa il nostro cristallo spento.

E' come una foglia

che viene soffiata dal vento

dentro il camino

di chi non se l'aspetta

La felicità non ha  meta

non ha  casa.

 

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lunedì, 26 gennaio 2009

UN TEMPO AVEVO PAURA DELLA MORTE

Come un'antica foto, lentamente

L'anima mia sbiadisce.

 

Si smagnetizza il nastro, si cancella.

Ho perso già il brano più felice.

Mi muoiono ogni giorno,

specialmente a quest'ora

 milioni di neuroni. Addio, ricordi!

 

Fra poco sarò un'aria  dimenticata.

La morte comincia in verità,

ora che ti dimentico.

Volevo non dovesse mai accadere,

siccome non si vuole mai  morire.

 

  (Marghera, ottobre 88)      Giovanni Monasteri       

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mercoledì, 03 settembre 2008

Il nostro sguardo rapito dallo spettacolo del mare

le onde si srotolano come pergamene

che recano  incisi i segreti dell'anima

l'acqua schiumosa li accoglie nel suo grembo.

La dolce musica ci culla.

Il mistero del mare si alimenta

di ciò che sentiamo.

Lo strido di un gabbiano in lontananza:

anche lui canta,  a suo modo.

 

 

 

 

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martedì, 08 luglio 2008

"Nature" is what we see -

The Hill - the afternoon -

Squired - Eclipse - the Bumble bee -

Nay - Nature is Heaven -

Nature is what we hear -

The Bobolink -  the Sea -

Thunder - the Cricket -

Nay - Nature is Harmony -

Nature is what we Know -

Yet have not art to say -

So impotent Our Wisdom is

To her Simplicity.     

                                            Emily Dickinson

                                                 

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domenica, 20 aprile 2008

Coi raggi del sole si aprono i fiori

e si scaldano i cuori

di chi pronuncia parole d'amore.

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venerdì, 21 marzo 2008

Nessuno deve credere di essere solo

perchè in ciascuno vive il sangue

di coloro che l'hanno generato,

ed è una cosa che va indietro

fino alla notte dei tempi.

Così siamo solo la curva di un fiume

che viene da lontano

e non si fermerà dopo di noi.

                             (Alessandro Baricco)

 

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sabato, 08 dicembre 2007

Guardo la giostra

che gira

senza bambini.

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